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Cielo D\\\\\\\\\\\\\\\'Alcamo 3f

Cielo D'Alcamo fu un poeta nato nella prima metà del tredicesimo secolo,uno dei più significativi rappresentanti della poesia popolare giullaresca.Non si sa chi fosse esattamente questo poeta.Anche il nome è incerto, per alcuni fu "ciullo", per altri "cheli"(diminutivo di michele,nome molto diffuso in sicilia),da cui sarebbe derivato "celi" e in seguito "cielo".Incerto anche il cognome,"D'Alcamo"(da una cittadina siciliana Alcamo).Egli scrisse un contrasto in dialetto meridionale dal titolo "Rosa fresca aulentissima",che é un vero esempio di mimo giullaresco,destinato alla rappresentazione scenica.dante nel suo "De vulgari eloquentia" l'ha definito volgare siciliano illustre.
Si distingue dai rimatori coevi per il lessico, che, pur mantenendo alcuni elementi aulici, tende fortemente al vernacolare. Il contrasto si basa su una sorta di dialogo tra una ragazza del popolo e un canzoneri che le offre con enfasi il suo amore,a tratti con parole svenevoli, a tratti con parole da trivio.La ragazza dapprima rifiuta motteggiando e,infine,finisce col capitolare.E importante evidenziare come in questo "contrasto" non si avverte minimamente la scarto sociale fra i 2 protagonisti,in quanto essi si collocano sullo stesso piano sociale e fanno uso di una lingua "media" pur se con numerose escursioni verso l'alto e verso il basso.Questo contrasto rappresenta il primo vero testo della nostra letteratura ed è la riproduzione di uno schema molto frequente creato da uno scrittore siciliano molto colto e dotato di notevoli qualità artistiche.Vi presentiamo di seguito il testo originale di "Rosa fresca aulentissima":
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I

«Rosa fresca aulentissima ch'apari inver' la state

le donne ti disiano, pulzell' e maritate;

tràgemi d'este focora, se teste a bolontate;

per te non ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.»



II

«Se di meve trabàgliti, follia lo ti fa fare.

Lo mar potresti arompere, a venti asemenare,

l'abere d'esto secolo tutto quanto asembrare

avere me non pòteri a esto monno;

avanti li cavelli m'aritonno.»



III

«Se li cavelli artonniti, avanti foss'io morto,

ca'n issi [sì] mi pèrdera lo solaccio e 'l diporto .

Quando ci passo e véjoti, rosa fresca de l'orto,

bono conforto donimi tuttore:

poniamo che s'ajunga il nostro amore.»



IV

«Ke 'l nostro amore ajùngasi, non boglio m'atalenti:

se ci ti trova paremo cogli altri miei parenti,

guarda non t'arigolgano questi forti correnti.

Como ti seppe bona la venuta,

consiglio che ti guardi a la partuta.»



V

«Se i tuoi parenti trovanmi, e che mi pozzon fare?

una difensa mèttoci di dumili' agostari:

non mi toccara pàdreto er quanto avere ha 'n Bari.

Viva lo 'mperadore, grazi' a Deo!

Intendi, bella, quel che ti dico eo? (1)



VI

«Tu me no lasci vivere né sera né maitino.

Donna mi so' di pèrperi, d'auro massamotino.

Se tanto aver donàssemi quanto ha lo Saladino,

e per ajunta quant'ha lo soldano,

toccare me non pòteri a la mano.»



VII

«Molte sono le femine c'hanno dura la testa,

e l'orno con parabole l'adimina e amonesta:

tanto intorno procàzzala fin ch'ell' ha in sua podesta.

femina d'orno non si può tenere:

guàrdati, bella, pur de ripentere.»





VIII

«K'eo ne pur ripentésseme? davanti foss'io aucisa

ca nulla bona femina per me fosse ripresa!

Aersera passàstici, correnno a la distesa.

Aquìstati riposa, canzoneri:

le tue parole a me non piaccion gueri.»



IX

«Quante sono le schiantora che m'ha' mise a lo core,

e solo purpenzànnome la dia quanno vo fore!

Femina d'esto secolo tanto non amai ancore

quant'amo teve, rosa invidiata:

ben credo che mi fosti distinata.»



X

«Se distinata fosseti, caderia de l'altezze,

ché male messe fòrano in teve mie bellezze.

Se tutto adivenìssemi, tagliàrami le trezze;

e consore m'arenno a una magione,

avanti che m'artocchi 'n la persone.»



XI

«Se tu consore arènneti donna col viso cleri,

a lo mostero vènoci e rènnoti confleri:

per tanta prova vencerti fàralo volonteri.

Conteco stao la sera e lo maitino:

besogn'è ch'io ti tenga al mio dimino.»



XII

«Boimé tampina misera, com'ao reo distinato!

Geso Cristo l'altissimo del tutto m'è airato:

concepìstimi a abàttare in omo blestiemato.

Cerca la terra ch'este granne assai,

chiù bella donna di me troverai.»



XII

«Cercat'ajo Calabr'ia, Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa e Soria,

Lamagna e Babilonia e tutta Barberia:

donna non ci trovai tanto cortese,

per che sovrana di meve te prese.»



XIV

«Poi tanto trabagliàstiti, fac cioti meo pregheri

che tu vadi adomànnimi a mia mare e a mon peri,

Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri,

e sposami davanti da la jente;

e poi farò le tuo comannamente.»



XV

«Di ciò che dici, vitama, neiente non ti bale,

ca de le tuo parabole fatto n'ho ponti e scale.

Penne penzasti mettere, sonti cadute l'aIe;

e dato t'ajo la bolta sottana.

Dunque, se poti, téniti villana.»



XVI

«En paura non mettermi di nullo manganiello:

istòmi 'n esta groria d'esto forte castiello;

prezzo le tue parabole meno che d'un zitello.

Se tu no levi e va'tine di quaci,

se tu ci fosse morto, ben mi chiaci.»



XVII

«Dunque vorresti, vitama, ca per te fosse strutto?

Se morto essere débboci od intagliato tutto,

di quaci non mi mòssera se non ai de lo frutto

lo quale stao ne lo tuo jardino:

disiolo la sera e lo matino.»



XVIII

«Di quel frutto non àbb ero conti né cabalieri;

molto lo dis'iarono marchesi e justizieri,

avere no'nde pòttero: gir' onde molto feri.

Intendi bene ciò che bolio dire?

men'este di mill'onze lo tuo abere.»



XIX

«Molti so' li garofani, ma non che salma 'nd'ài:

bella, non dispregiàremi s'avanti non m'assai.

Se vento è in proda e gìrasi e giungeti a le prai,

arimembrare t'ao este parole,

ca dentr'a 'sta animella assai mi dole.»



XX

«Macara se dolèseti che cadesse angosciato:

la gente ci corressoro da traverso e da llato;

tutt'a meve dicessono: ' Acorr esto malnato'!

Non ti degnara porgere la mano

per quanto avere ha 'l papa e lo soldano. »



XXI

«Deo lo volesse, vìtama, te fosse morto in casa!

L'arma n'anderia cònsola, ca dì e notte pantasa.

La jente ti chiamàrano: 'Oi perjura malvasa,

c'ha' morto l'omo in càsata, traìta!'

Sanz'onni colpo lèvimi la vita.»



XXII

«Se tu no levi e va'tine co la maladizione,

li frati miei ti trovano dentro chissa magione.

... be.llo mi soffero pérdici la persone

ca meve se' venuto a sormontare;

parente néd amico non t'ha aitare.»



XXIII

«A meve non aìtano amici né parenti:

istrani' mi so', càrama, enfra esta bona jente.

Or fa un anno, vìtama, che 'ntrata mi se' 'n mente.

Di canno ti vististi lo maiuto,

bella, da quello jorno so' feruto.»



XXIV

«Di tanno 'namoràstiti, tu Iuda lo traìto,

como se fosse porpore, iscarlato o sciamito?

S'a le Vangele jùrimi che mi si' a marito,

avere me non pòter'a esto monno:

avanti in mare jìttomi al perfonno.»



XXV

«Se tu nel mare gìttiti, donna cortese e fina,

dereto mi ti mìsera per tutta la marina,

e da poi c'anegàsseti, trobàrati a la rena

solo per questa cosa adimpretare:

conteco m'ajo aggiungere a peccare.»



XXVI

Segnomi in Patre e 'n Filio ed in santo Matteo:

so ca non ce' tu retico o figlio di giudeo,

e cotale parabole non udi' dire anch'eo.

Morta si [è] la femina a lo 'ntutto,

pèrdeci lo saboro e lo disdotto.»



XXVII

«Bene lo saccio, càrama: altro non pozzo fare.

Se quisso non arcòmplimi, làssone lo cantare.

Fallo, mia donna, plàzzati, ché bene lo puoi fare.

Ancora tu no m'ami, molto t'amo,

sì m'hai preso come lo pesce a l'amo.»



XXVIII

«Sazzo che m'ami, e àmoti di core paladino.

Lèvati suso e vatene, tornaci a lo matino.

Se ciò che dico fàcemi, di bon cor t'amo e fino.

Quisso t'adimprometto sanza faglia:

te' la mia fede che m'hai in tua baglia.»



XXIX

«Per zo che dici, càrama, neiente non mi movo.

manti prenni e scànnami: tolli esto cortel novo

Esto fatto far pòtesi inanti scalfi un uovo.

Arcompli mi' talento, amica bella,

ché l'arma co lo core mi si 'nfella.»



XXX

«Ben sazzo, l'arma dòleti, com'omo ch'ave arsura.

Esto fatto non pòtesi per null' altra misura:

se non ha' le Vangelie, che mo ti dico 'jura',

avere me non puoi in tua podesta;

inanti prenni e tagliami la testa.»



XXXI

«Le Vangelie, càrama? ch'io le porto in seno:

a lo mostero présile (non ci era lo patrino).

Sovr' esto libro jùroti mai non ti vegno meno.

Arcompli mi' talento in caritate,

ché l'arma me ne sta in suttilitate.»



XXXII

«Meo sire, poi juràstimi, eo tutta quanta incenno.

Sono a la tua presenzia, da voi non mi difenno.

S'eo minespreso àjoti, merzé, a voi m'arenno.

A lo letto ne gimo a la bon' ora,

ché chissa cosa n'è data in ventura.»


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(1) In questa strofa l'autore si riferisce con ironia ad una legge emanata da Federico II nell'ambito di alcune norme dettate in favore delle donne. In particolare la disposizione stabiliva che una donna molestata non fosse obbligata ad un matrimonio riparatore (che in pratica, poteva ritenersi una condanna anche per la donna oltraggiata), ma doveva essere punito solo il molestatore col pagamento di un'ammenda. Lodevole iniziativa quella dell'Imperatore, dettata certamente da buone intenzioni e da una mentalità aperta e moderna, ma, di fatto, si rivelò una sorta di immunità per i cattivi soggetti, specie quelli abbienti. Essi potevano permettersi di pagare senza che la cosa pesasse sulle loro finanze, o, meglio, grazie alla loro influenza e potere, riuscivano a non farsi comminare neppure la multa.


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Come vediamo nel testo,il contrasto consta di 32 battute di dialogo tra un uomo e una donna alternate.Ogni battuta costituisce una strofa di 5 versi:i primi 3 sono alessandrini a rima unica,col primo emistichio sdruccilo,i secondi sono endecasillabi in rima baciata.Lo schema è quindi AAABB.nel testo è possibile rintracciare molti sicilianismi lessicali come ajo v.4,ajungasi v,16,vejoti v.13,ajunta v.29,focora,abento,paremo,padreto...il termine "focora"si presenta come un neuto plurale,probabilmente derivante dal latino così come la forma di "monno" v.9 assimilata da "mondus".Bisogna inoltre evidenziare la "toplermussafia" che ritroviamo in molte parole dove è possibile notare la posizione enclitica di pronomi dopo il verbo. per es."trabagliti","vejoti","ajungasi",mettoci","tragemi",fosseti"...Anche il termine "purpenzannome"al v.42, probabilmente deriva dal proverbio purpensar che poi ha preso la caratteristica fonetica -z della parola meridionale.é inoltre possibile rintracciare la vivacità dialogica e la sapienza di costruzione esaltata dalla tecnica della "coplas capfinidas"dove la ripetizione dell'ultimo sintagma a fine verso, crea effetti di coesione del testo collegando le varie lassetra loro.Importante è quel "donne" del secondo rigo,che alcuni della critica moderna hanno definito come trascrizione errata di "li donni" mentre altri hanno inteso il verbo "desiderare" con il significato di "invidiare",ipotesi che è stata successivamenta esclusa poichè al v.44 il poeta fa uso di questo verbo dimostrando di conoscere perfettamenta la differenza col verbo desiderare. Uno dei riferimenti a cui si allude riguarda la parola "agostari" che era una multa altissima perché gli agostari, o augustali erano delle monete d'oro coniate nel 1231 che valevano un fiorino e un quarto.
Secondo una legge contenuta nelle Costituzioni Melfitane, emanate da Federico II nel 1231 si poteva fermare l'aggressore pronunciando il nome dell'imperatore e indicando la multa che l'aggressore avrebbe dovuto pagare se avesse fatto uso della violenza. Questo accenno è molto importante ai fini della datazione del contrasto.
Il contenuto del componimento è quello tipico nella rimeria giullaresca: si tratta di un dialogo tra una ragazza del popolo e un giullare sfacciato che le offre con enfasi il suo amore, a tratti con parole svenevoli, a tratti con parole da trivio. La ragazza dapprima rifiuta motteggiando e infine finisce con il capitolare.
Si tratta evidentemente di un mimo giullaresco, secondo alcuni anche recitato e accompagnato dalla musica, dove la rappresentazione dei caratteri è arguta e pur essendo comica non è caricaturale.
Il contrasto è nell'insieme la riproduzione d'uno schema frequente nella letteratura popolare fatta da uno scrittore non incolto e dotato di notevoli qualità artistiche.Il contrasto consta di 32 battute di dialogo tra un uomo e una donna alternate. Ogni battuta costituisce una strofa di 5 versi:i primi 3 sono alessandrini a rima unica ,col primo emistichio sdruccilo,i secondi sono endecasillabi in rima baciata. Lo schema é quindi AAABB.Nel testo é possibile rintracciare molto sicilianismi lessicali come "ajo" v.4."ajungasi" v.16,"vejoti" v.13 "ajunta" v.29, "focora", "abento","paremo","padreto"...il termine "focora si presenta come un plurale neutro ed è probabilmente untermine derivante dal latino così come la forma di "monno" assimilata da "mondus".Bisogna inoltre prestare attenzione alla "toplermussafia"(mi scuso se non è scritto correttamente)che ritroviamo in molte parole dove viene evidenziata la posizione enclitica di pronomi dopo il verbo.Per es."trabagliti","vejoti","ajungasi","mettoci",tragemi","fosseti"...Anche il termine "pupenzannome" al v.42,probabilmente deriva dal proverbio latino purpensar che poi ha preso la caratteristica fonetica-z della parlata meridionale.è possibile rintracciare la vivacità dialogica e la sapienza di costruzione esaltata dalla tecnica della "coblas capfinidas" dove la ripetizione dell'ultimo sintagma a fine verso crea effetti di coesione del testo collegando le varie lasse tra loro.Importante è quel "donne" del secondo rigo, che alcuni della critica moderna hanno considerato come trascrizione errata di"li donni"(visto che non poteva essere amore omosessuale),mentre altri hanno inteso il verbo "desiderare" con il significato di "invidiare",ipotesi che è stata sussessivamente scartata pioche al v.44, il poeta fa uso del verbo "invidiare" dimostrando di conoscere perfettamente la differenza con il verbo desiderare.un riferimento importante ai fini della datazione dell'opera allude alla parola "agostari",monete d'oro di grande valore coniate nel 1231, e alla "defensa"istituita dalle costituzioni amalfitane promulgate dall'imperatore Federico secondo(alè lo aggiusti tu perchè non so come si inserisce il numero romano)attraverso la quale si poteva fermare l'aggressore pronunciando il nome dell'imperatore e indicando la multa che egli avrebbe dovuto pagare se avesse fatto uso della violenza.Questo ci consente di collocare il "contrasto" tra il 1231 e il 1250,anno della morte di federico secondo.Il vero obbiettivo polemico è quello della sdolcinata ritualità dell'amore cortese che il poeta mosra di conoscere molto bene dando una lezione di sano realismo, come a
dire che le parole hanno il loro fascino ma peima o poi è il momento dell'esplosione del desiderio,alrtrimenti idealizzazioni e ritualità sono solo isterismi.
A cura di Di Matteo Melania 3f


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melania - 2/10/06 - 05:07 pm

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